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Oltre la privacy 24 gennaio 2010

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« (…) incasellare, controllare, misurare, addestrare gli individui, per renderli docili e utili nello stesso tempo. Sorveglianza, esercizio, manovre, annotazioni, file e posti, classificazioni, esami, registrazioni. Un sistema per assoggettare i corpi, per dominare le molteplicità umane e manipolare le loro forze (…)» (Sorvegliare e punire, M. Foucault 1975)

«L’idea che siamo irretiti in un linguaggio, attraversati/orientati da un potere pervasivo e onnipresente non ci deve spingere a un fatalismo o a una rassegnazione o peggio all’accettazione inevitabile dello status-quo; significa semplicemente che occorre riconoscere le sfide della complessità, dell’economia e della tecnica con sguardo disincantato (…)». (Linee di fuga. Nietzsche, Foucault, Deleuze. Stefano Berni, Ubaldo Fadini. Firenze, University Press, 2010).

Quello di non limitare la libertà in Internet e, d’altra parte, di assicurare il rispetto della dignità e della privacy dei cittadini è uno dei problemi più attuali e di difficile soluzione.

D’altronde Internet è il più grande spazio pubblico che l’ umanità abbia mai conosciuto, la sua crescita è avvenuta e continua in maniera esponenziale, i siti prolificano con ritmi vertiginosi ed è quindi ovvio che sia un luogo dove si possono manifestare conflitti che incidono sui diritti individuali e collettivi.

Si tratta di una questione delicata, che va indagata attentamente e prendendo in esame varie prospettive, per non rischiare di confondere e confondersi fra ciò che può legittimamente (e deve legalmente) essere considerato un qualcosa da perseguire, e ciò che invece potrebbe diventare un vero e proprio attacco a un diritto fondamentale, e cioè quello di libera espressione nella più ampia accezione che questo termine può assumere.

D’altronde, se le tematiche relative al rapporto fra democrazia e controllo, fra sicurezza e libertà, fra illegalità e censura, sono questioni dai risvolti estremamente delicati e di una complessità immensa (tale da non poter certo essere ridotta a due parole), le loro implicazioni ci riguardano tutti molto da vicino, anche se diventa inevitabilmente difficile occuparsene.

Leggendo una parte del dibattito fra coloro che, esperti della Rete o di diritto, si sono pronunciati su alcuni di questi temi, emerge la natura di un problema che dovrebbe essere approcciato evitando, possibilmente, i tradizionali sistemi frutto di iniziative dall’alto. In ogni caso una sfida alla capacità di saper affrontare una tematica complessa con equilibrio e con la matura consapevolezza che la democrazia vive solo se rimane piena la libertà di manifestare opinioni.
In particolare, da alcuni anni (da quando Internet è diventato motore dei cambiamenti, irreversibilmente ed esponenzialmente canale privilegiato di comunicazione e aggregazione) si sta dibattendo sull’opportunità di una governance della Rete e pareri autorevoli si sono espressi a favore o contrariamente a un intervento di questo genere. Una regolamentazione, peraltro, esiste: «già disponiamo di strumenti adeguati per intervenire» afferma Stefano Rodotà e, citando una vecchia formula, ricorda che «quel che è illegale offline, è illegale anche online» (Repubblica, 17-dicembre-2009, Le leggi per la Rete, Rodotà S.). Semmai, aggiunge, ciò che potrebbe servire, è una carta dei diritti in rete, da definire non già passando dagli schemi tradizionali (cui la natura stessa di Internet si oppone) ma adottando iniziative che, auspicabilmente, dovrebbero coinvolgere un numero larghissimo di persone e che quindi dovrebbero passare da un’elaborazione comune, seguendo un processo bottom-up: una discussione davvero globale insomma. In questo senso, la tutela della privacy potrebbe rappresentare uno spazio fertile per sperimentare regole comuni per la tutela dell’identità digitale e dell’anonimato, anche e soprattutto a garanzia di quelle voci libere e alternative, magari espressioni di dissenso, sempre minacciate (principalmente) in quei paesi che sottopongono Internet a controlli serrati (nella cui lista compaiono significativamente «tutti Stati autoritari o totalitari – con una particolare eccezione per l’ India-», (Repubblica, 17-dicembre-2009, Le leggi per la Rete , Rodotà S.).
Vi sono casi in cui la tutela dell’identità e dell’anonimato diventano davvero questione di vitale importanza: «proprio l’ anonimato (peraltro ostacolo non del tutto insuperabile nel caso di veri comportamenti illeciti) è la condizione che permette la manifestazione del dissenso politico. Quale oppositore di regime totalitario potrebbe condurre su Internet la sua battaglia politica, dentro o fuori del suo paese, se fosse obbligato a rivelare la propria identità, così esponendo se stesso, i suoi familiari, i suoi amici a ogni possibile rappresaglia? Non si può inneggiare al coraggio dei bloggers iraniani o cubani, e denunciare le persecuzioni che li colpiscono, e poi eliminare lo scudo che, ovunque, può essere necessario per il dissenziente politico» (Le leggi per la Rete, cit.)

Questo corso di laurea ha, tra gli altri, il merito di farmi concentrare (sicuramente più di prima) sulle notizie relative al web e, così come ho chiaramente percepito l’importanza e il ruolo dei social network nel consentire le comunicazioni che hanno fatto immediatamente seguito alla tragedia di Haiti (garantendo un flusso costante di informazioni in un momento in cui le consuete vie erano interrotte), con molto interesse (seppur, chiaramente, diverso sentimento) ho seguito il clamoroso annuncio di Google che, al termine di una escalation di tensione con il regime di Pechino, ha deciso che smetterà di filtrare le informazioni sul suo sito cinese. I vertici del colosso di Internet (fatto oggetto di attacchi sempre più frequenti da parte di hackers cinesi) hanno, dunque, deciso di interrompere «quella politica di cooperazione con le autorità della Repubblica Popolare che in passato era stata oggetto di polemiche negli Stati Uniti: secondo le ong che difendono i diritti umani infatti Google avrebbe praticato un “collaborazionismo” con la censura di regime, pur di avere accesso al mercato online più grande del mondo (così come Yahoo che arrivò a macchiarsi di delazione consegnando alla polizia cinese le email personali di un dissidente).(…). Ulteriori indagini interne hanno confermato che il bersaglio principale sono stati “gli account G-mail di diversi militanti per i diritti civili“». (Repubblica — 13 gennaio 2010, Google minaccia di lasciare la Cina, Rampini F.). Il prezzo da pagare potrebbe essere il blocco dell’accesso a Google ai cibernauti cinesi, come già successo in passato nei confronti di quei siti che, come Wikipedia, non hanno accettato «di “purgarsi” spontaneamente» ad esempio cancellando i siti che difendono i diritti del Tibet.

Sorvegliare e punire” è un saggio dello storico e filosofo francese Michel Foucault, in cui egli esprime la sua concezione di potere, un potere teso a «controllare, misurare, addestrare gli individui, per renderli docili e utili nello stesso tempo. Sorveglianza, esercizio, manovre, annotazioni, file e posti, classificazioni, esami, registrazioni. Un sistema per assoggettare i corpi, per dominare le molteplicità umane e manipolare le loro forze (…)». Dietro al potere un apparato che gli consente di essere creduto, intervenendo per convincere, suggestionare, condizionare, formare, produrre consenso. Il potere, quindi, secondo la sua interpretazione, «non è solo repressivo e quindi visibile, ma si gioca entro un rapporto di forze, produce sapere. Il potere produce sapere per convincerci che è dalla parte di una ragione oggettivata, della verità; il potere produce sapere per seppellire sotto un cumulo di “verità” l’unica verità certa e incontrovertibile: la forza. (…).
Le scienze sociali, sorte durante il periodo illuministico, si sono prestate a servire certe forme di potere per razionalizzare e controllare con maggiore efficacia la vita della popolazione e dei cittadin
i». Questo è il motivo per cui «Foucault conduce una serrata polemica contro le scienze umane, considerate dei saperi fittizi ma che hanno lo scopo di servire il potere costruendo delle pratiche di verità al solo fine di assoggettare e controllare meglio gli individui» (Linee di fuga. Nietzsche,Foucault, Deleuze. Stefano Berni, Ubaldo Fadini. Firenze, University Press, 2010).
«Il potere moderno è tollerabile a patto che riesca a mascherarsi; cosa che il potere è riuscito e riesce a fare con estrema efficacia» (La ricerca di M. Foucault, H. L. Dreyfus e P. Rabinow, p. 133).
Una forma, dunque, di assoggettamento che, persa la sua “rozza” evidenza, avrebbe assunto forme più subdole e insinuanti, tali da risultare di difficile individuazione. E in effetti, il pensiero di essere soggetti liberi, potrebbe non farci accorgere che siamo tutti coinvolti in una fittissima rete (burocratica, amministrativa, …) che ci controlla e ci osserva in ogni singolo gesto quotidiano.
La sicurezza, ad esempio, « che ci danno le videocamere è pure importante, non le si possono eliminare. La privacy ridotta può essere un costo da pagare. Solo, bisogna evitare gli abusi e quindi vigilare sul rispetto delle norme» (Gianpietro Mazzoleni, docente di Comunicazione politica e sociale all’ ateneo milanese, in Occhio alle telecamere sul web la mappa anti-sguardi indiscreti, Repubblica -11 gennaio 2010, A. Longo). In questo senso si è mosso Anapticon, un progetto che ha come obiettivo quello di limitare il proliferare delle videocamere di sorveglianza installate nei vari luoghi pubblici delle città italiane. In sostanza si chiede di segnalare al sito di Etno (hacker veneziano promotore dell’iniziativa) la presenza delle videocamere nelle città, così da consentirne la catalogazione. «Anopticon è forse un esempio di nuova democrazia digitale che sta nascendo dal basso, avvalendosi di nuovi strumenti tecnologici» ( Edoardo Fleischner, tra i massimi esperti italiani di nuovi media e docente della Statale di Milano, in Occhio alle telecamere sul web la mappa anti-sguardi indiscreti, Repubblica -11 gennaio 2010, A. Longo).
Insomma, c’è chi tenta di ribaltare il punto di vista sorvegliando i sorveglianti. E ancora una volta è la forza della Rete a dare visibilità e spazio a iniziative di questo genere.

Concludo inserendo un intervento di Foucault e Chomsky su Potere e società futura

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Che delizia! 18 gennaio 2010

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Non conoscevo delicious, sito di social bookmarking per l’archiviazione, ricerca e condivisione di bookmark, che è stato creato nel 2003 da Joshua Schachter ed acquisito nel dicembre 2005 da Yahoo! (Wikipedia). E’ un sistema la cui semplicità ed efficacia è dimostrata anche dal numero di utenti che ne fanno uso: nel novembre 2008 ne contava più di 5,3 milioni con oltre 180 milioni di url unici archiviati.

Fino ad oggi avevo memorizzato gli URL con il browser ma (lo ammetto) avevo anche un quaderno dove annotavo, come un amanuense, gli indirizzi più importanti. Questo da quando un giorno, dovendo resettare (si può dire?) il PC causa invasione virus, mi sono ritrovata con un computer praticamente nuovo ma smemorato. Insomma, insieme ai virus, se n’erano andati anche tutti i miei preferiti :-(!

Cercando notizie su delicious, ho scoperto un archivio delle risorse web sul tema ”uso didattico del blog”, frutto di una selezione di risorse catalogate con il tag “imparare-con-i-blog” costruita, anch’essa, in modo collaborativo nell’ambito di un corso.
Per chi avvesse piacere di condividere i miei bookmarks, ho inserito il link nella sidebar qui a fianco.

A proposito di OER 14 gennaio 2010

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Le OER mi interessano molto, perché l’opportunità di fruire di risorse educative aperte, liberamente personalizzabili in base alle proprie esigenze («la migliore OER è quella che ognuno si costruisce» cit. in Eleonora) unita alla possibilità di modificarle, migliorarle e poi ridistribuirle, può essere un valido aiuto per colmare quel gap che si è venuto a creare fra scuola e nuove esigenze formative.

Le OER sono un esempio di come, una certa realtà, possa assumere una fisionomia positiva o negativa, non di per sé, ma a seconda dell’uso che ne facciamo, a seconda della nostra capacità di valorizzarne aspetti positivi o negativi usando la creatività, la forza delle idee, la disponibilità al cambiamento.

Se è difficile definire in modo semplice cosa siano le open educational resource, è invece chiara l’idea “semplice e potente”, che sottende la concezione di “formazione aperta” ovvero che «la conoscenza del mondo è un bene pubblico e che la tecnologia, in generale, e il World Wide Web, in particolare, offrono una straordinaria opportunità a tutti di condividere, utilizzare e riutilizzare le conoscenze» (in Open Ed) (altro…)

Sugli audiovisivi 14 gennaio 2010

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Sempre alla ricerca di nuovi modi per fare e sperimentare divertendomi, da un po’ di tempo ho scoperto l’opportunità di documentare attraverso il video. Mi ha attratto la possibilità di coinvolgere utilizzando vari codici, che insieme aumentano la loro efficacia comunicativa. Procedendo un po’ per prove ed errori e un po’ rovistando fra le immense opportunità fornite dalla rete (in primo luogo applicazioni opensource) ho realizzato vari prodotti, magari miseri nell’esito, ma interessanti se considerati nel percorso che ha portato alla loro costruzione. Fra questi anche oggetti pensati per agevolare l’apprendimento di alunni in difficoltà, perché spesso di materiale ad hoc non se ne trova e, comunque, acquistare sempre sarebbe veramente impossibile (condivido l’interrogativo di Pasquale) . (altro…)

…un piccolo contributo 6 gennaio 2010

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Spero di fare cosa utile e gradita inserendo

questo piccolo contributo relativo agli screencast (di cui anche il corso Insegnare Apprendere Mutare si avvale in abbondanza) che mi consente di avvicinarmi al dibattito intorno all’interessante tematica delle OER, dibattito suscitato, in questo ambito, dall’assignment 5 bis.

Dicevo, dunque… la registrazione video di quanto accade sullo schermo di un PC, non solo ha un’evidente utilità dimostrativa che può essere complementare all’uso di testi (grazie alla virtuosa coniugazione della forza esplicativa delle immagini con quella delle parole) ma, in alcuni casi specifici, può addirittura essere più efficace.
Considerando, inoltre, l’abbattimento delle barriere spazio-temporali che queste registrazioni consentono, grazie all’illimitata opportunità di visione offerta, si pongono come strumento dalle enormi potenzialità che potrebbe essere esperito non solo negli interventi didattici a distanza.

Fermo restando quanto sopra detto, mi sono chiesta come realizzare uno screencast. Frequentando da poco (…pochissimo) il mondo dei blog, ho davvero poca dimestichezza con tutti i dispositivi che ne possono arricchire i contenuti. Comunque, dopo aver girovagato un bel po’ sul web, sono finalmente approdata a quello che mi pare essere uno strumento di semplice utilizzo e oltretutto gratuito.

Si tratta di un plugin, ovvero un sw accessorio che aggiunge determinate funzioni ai programmi (… così ho letto). Ecco la registrazione… o almeno spero 😉

Il blog: strumento didattico? 31 dicembre 2009

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Ancora persa nel tentativo di orientarmi fra i vari feed , tag, widget … e temi (ne ho sperimentati una decina e non sono ancora sicura che l’ultimo sia quello definitivo)… dicevo, dunque, ancora immersa nella fase di prima conoscenza, sto già pensando alle caratteristiche che dovranno avere i miei prossimi blog. Al momento ne ho in mente altri due (altro…)

Hello world! 22 dicembre 2009

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“Un blog solo è solo un blog. Tanti blog invece sono molteplicità, rete di connessione tra i fatti, le persone e le cose del mondo” Troppi blog, il Blog. G. Granieri.

Salve a tutti.
Mi piace cominciare con questa citazione, che racchiude in sé il “senso ultimo” di un blog, inteso come unità che ha un significato solo nell’ambito di un intreccio di connessioni, in cui ogni singola parte si alimenta delle risorse derivanti dalla totalità e a sua volta alimenta la totalità stessa.
Per il momento il mio primo blog è solo un blog, ma quanto prima inserirò molti link e cercherò di intrecciare quante più relazioni possibili.
A presto 🙂