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A proposito di OER 14 gennaio 2010

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Le OER mi interessano molto, perché l’opportunità di fruire di risorse educative aperte, liberamente personalizzabili in base alle proprie esigenze («la migliore OER è quella che ognuno si costruisce» cit. in Eleonora) unita alla possibilità di modificarle, migliorarle e poi ridistribuirle, può essere un valido aiuto per colmare quel gap che si è venuto a creare fra scuola e nuove esigenze formative.

Le OER sono un esempio di come, una certa realtà, possa assumere una fisionomia positiva o negativa, non di per sé, ma a seconda dell’uso che ne facciamo, a seconda della nostra capacità di valorizzarne aspetti positivi o negativi usando la creatività, la forza delle idee, la disponibilità al cambiamento.

Se è difficile definire in modo semplice cosa siano le open educational resource, è invece chiara l’idea “semplice e potente”, che sottende la concezione di “formazione aperta” ovvero che «la conoscenza del mondo è un bene pubblico e che la tecnologia, in generale, e il World Wide Web, in particolare, offrono una straordinaria opportunità a tutti di condividere, utilizzare e riutilizzare le conoscenze» (in Open Ed)

Mi piace pensare come tali risorse formative ricalchino e siano, in qualche maniera, coerenti con la filosofia che sostiene la valorizzazione delle diversità, l’attenzione ai tempi e ai ritmi del singolo, la personalizzazione dei percorsi, insomma, un’impostazione, questa, che si rende oltremodo necessaria nella scuola di oggi, in cui il significato di integrazione assume connotazione ampia e multiforme, perché l’eterogeneità e la complessità sono divenute ormai peculiarità distintive, connaturate ad essa, dal momento che eterogenea e complessa è, specularmente, la realtà sociale in cui viviamo.
Con caustica lucidità, il sociologo Zygmunt Bauman ha definito questa realtà “liquido-moderna” nella quale, cioè, «le situazioni in cui agiscono le persone si modificano ancor prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure» (Z. Baumann, “Vita liquida”, Introduzione).
La scuola, in questo contesto frammentato, entra inesorabilmente in crisi, si mostra in tutta la sua fisionomia a tratti anacronistica, fatica a trovare una propria identità formativa, stritolata tra i propri (lentissimi) tempi di metabolizzazione e reazione e i tempi frenetici, quasi inesistenti, di questa realtà mutevole, in cui «le condizioni (…) e le strategie formulate in risposta a tali condizioni invecchiano rapidamente e diventano obsolete» (ibidem).
Insomma, la scuola stenta a dotare di imprescindibili coordinate critiche coloro a cui ha la pretesa di insegnare.
Ora (continuando a mutuare l’analisi di Baumann) il fatto che «le circostanze cambino in fretta e in modo imprevisto (e, forse, imprevedibile)» per quanto possa giustificare un certo affanno, non può certo costituire un “alibi”.
Di fronte ai limiti cui la scuola si trova nell’era digitale, è estremamente importante fare costruttiva autocritica. In questo senso riconoscere, ad esempio, la necessità di una riflessione attenta sull’importanza di sviluppare un nuovo rapporto con le tecnologie dell’informazione, può permettere di supportare i “nativi digitali” nell’orientarsi e nell’acquisire strumenti (un insieme di competenze culturali e sociali) finalizzati a rendere significativa la grande mole di informazioni a cui quelle stesse tecnologie consentono di accedere con estrema facilità, al di fuori del tradizionale setting aula.
D’altra parte, assicurando «a tutti (…) la possibilità d’accedere alle risorse disponibili, in qualsiasi momento della loro vita», (Ivan Illich, cit. in puntopanto) le OER potrebbero agevolare la stessa formazione in servizio, e rendere costantemente fattivo quell’aggiornamento continuo di cui un docente ha necessariamente bisogno.

Un altro aspetto importante risiede nella opportunità di avvicinare gli esiti della ricerca alla fase applicativa e metodologica. Talvolta, infatti, fra questi due momenti non c’è la necessaria coerenza né l’auspicabile scambio comunicativo, ma reciproca indifferenza, se non addirittura diffidenza. Pensiamo quanto questo possa andare a scapito di quei soggetti più deboli (cognitivamente e/o culturalmente parlando) la cui formazione dipende in maniera sostanziale anche dalle nostre scelte didattiche.

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